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vogliadicamminare
un esercizio per non lasciarsi scivolare via
1 marzo 2010
voglia di camminare non ce n'è più. facciamo un fagotto

Mi trovo a girare in lungo e in largo la città ogni volta con qualche appuntamento e ogni volta in ritardo, e in mezzo alle luci delle macchine, che sono una quantità infinita, tra le persone che camminano, sono tutte a capo chino?, le case, le vie piene di buche e i festoni natalizi che mi accorgo di detestare profondamente, tutta questa vita che mi scivola attorno anonima, in silenzio, misuro centimetro per centimetro il significato della tua mancanza. Di tutte le mancanze. Del senso stordente della mia solitudine nel tempo. Come cambia ogni cosa nel tempo, e cambia la città e il mio umore dentro alla città. Ogni strada, ogni curva, ogni semaforo è carico di ricordi. I colori nelle fotografie dei ricordi sono diversi, sono pieni di luce; ero pieno di luce.

Noi due siamo stati l’unico motivo che io abbia mai avuto da quando cerco un motivo. Da quando qualche occulto meccanismo interiore ha fatto fare uno scatto all’interruttore della mia felicità e l’ha condizionata ad una ricerca impossibile e ingiusta. Un senso nella mia vita sono stati il mio amore ed il tuo amore. La mia profonda, intima, completa conoscenza della tua anima e la tua profonda, intima, completa conoscenza della mia. O almeno l’illusione. Sulla pietra del senso che ho trovato in te ho fatto poggiare l’architettura dell’edificio del mio equilibrio. Un motivo per camminare nel flusso quotidiano, per sopravvivere alla forma che le persone hanno scelto di dare alla convivenza comune in questa città e in questo mondo.

Sono solo. Faccio fatica a resistere all’impulso di arrampicarmi sui pali della luce per sabotare le scritte di auguri luminose, mollare la macchina in qualche spazio congestionato, abbandonarla abbaiando dentro ai finestrini cosa ci facciamo tutti quanti qui, chi ci restituirà mai il tempo perduto, quanto è evidente l’ assurdità delle nostre scelte; sacrificare chitarre sull’altare di qualche albero robusto in giardino, tanto non le so suonare e l’anima che canto è sola e non è più bella.

C’è da uscire pazzi senza di te in questo delirio.


E allora facciamo un fagotto di tutto quanto e mettiamolo via.

Facciamo un fagotto dei tuoi occhi sottili che esplodono di gioia, e del tuo sorriso nascosto sotto il paille. Della donna dipinta da Picasso con quei fianchi così tondi, tanto simili ai tuoi. Del quadro di Chagalle in cui ti tengo per mano due metri sopra terra, mentre camminiamo le nostre ombre strette sopra i ciottoli, e poi riflesse nell’acqua. Facciamo un fagotto dei chilometri di viaggio comune. Facciamo un fagotto dei campi di papaveri, dei raggi delle ruote delle bici e del sole e della luna, e della polvere di Favignana. Dell’amore; della musica e delle pause. Facciamo un fagotto. Lo lasceremo a bruciare nel mucchio con le erbacce e i frutti marci, sarà fumo per gli occhi e fragranza di bruciato per le narici. Di qualcun altro. Di qualche altra vita, da qualche altra parte. Facciamo un fagotto. Diventiamo adulti.


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3 novembre 2009
sempre il cielo bianco su viale marconi



L’edera sta cambiando la muta, ha quasi completato la transizione al colore autunnale.

Le poche macchie ancora verdi sembrano reduci in fuga dall’ascesa irresistibile di questo rosso violento e bellissimo che è ormai padrone del muro.

In questa parte della città e in questa regione del mio umore che si sovrappongono in maniera del tutto naturale, di nuovo mi appiglio a qualche squarcio di colore temerario che scardina la catena monocorde delle tonalità plumbee dentro alle quali si lascia affondare questa università.

Questa città universitaria che non esiste, che galleggia nella mia mente con la sua minaccia di torpore eterno e che si diffonde come una malattia attorno alla spina dorsale di viale Marconi.

Il paradosso del mio lavoro per Roma tre: promuovere le attività sportive di ateneo e le sue cerimonie che sembrano feste delle scuole medie. L’ultima compravendita e poi tanti saluti, forse, se ce la faccio a fare uno scatto, l’ultimo scatto, un briciolo d’orgoglio per dire addio a questo posto, e sputare sul suo stipite, e non avere più scuse.

Intanto però le mattine scorrono lentamente nella luce fioca del cielo bianco a lasciare volantini dentro al triangolo micidiale di via della Vasca navale: ingegneria fisica matematica.

Schivare i bidelli e affiggere manifesti nelle aulette giallo canarino e blu di prussia: i prefabbricati piombati dal cielo e dai ganci difettosi di qualche gru confusionaria a due passi da via Pincherle, e il ricordo dell’esame di sociologia della comunicazione fatto proprio dentro a uno di quei container, che Berlusconi non si sarebbe vantato di roba del genere nemmeno a Porta a Porta, nemmeno dopo un disastro atomico. Quell’esame patetico copiato direttamente dal libro, su Angelo Branduardi, della professoressa che sedeva a capo chino a pochi metri da me. Il sito di lei con grotteschi cartoni animati e televendite di ventisette e ventotto e ventinove e trenta gettati nel mucchio dopo un lancio di dado. Esami come materassi scadenti venduti in offerta da un giorgio mastrota.

La mia università e i suoi anni, tanti anni, sempre di più.

Non ne serberò ricordi edificanti.

Eppure rimarrà anche l’immagine di quest’edera; rossofuoco come un disco di Canali.

Questo sputo colorato che quando ci poggi gli occhi sopra ti fanno quasi male, fai fatica ad abituarti.

Una macchia di respiro e bellezza, che pure si arrampica sul muretto che separa i campi di calcetto dell’università da un paio di minute baracche dove vivono i vecchi proprietari del terreno, usciti di testa e andati in rovina, si dice; e sconsigliano di andare a investigare oltre il cancello di legno che segna l’inizio della loro fatiscente proprietà.

Qui a due passi dal canile, con il sottofondo incessante dei suoi alienati inquilini.

E i rimedi precari per i fiumi di zanzare in carovana dal Tevere; non devono nemmeno prendere l’autobus, fanno due passi a piedi per mettere qualcosa sotto ai denti.

Non resta che poggiare la schiena a una colonna, fuori dall’ufficio, e abbandonare gli occhi sull’edera rossa e sul suo sussulto solitario.

E promettere a sé stessi di non smettere di sentire, di non abbandonare la nave, di non cercare alibi in questo scenario suburbano, in questi fallimenti di quartieri produttivi riverniciati male, da New York degli sconfitti. Tengo gli occhi fissi sul colore: continuare ad amare e a combattere, anche contro di sé, contro gli impulsi a dare fuoco ad ogni giornata, a dare fiato ad ogni pensiero di rinuncia. E lasciarsi alle spalle tutto il tempo sprecato; guardare avanti, ricominciare a dare, raschiare la forza latitante dal fondo del barile, fare appello  al coraggio che resta.


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28 settembre 2009
le luci ecc ecc

Tu mi dicevi “da questa città ce ne dobbiamo andare tutti e due, e soprattutto io” dicevi, un miliardo di bar, bar dappertutto, e camminando verso casa mia ero così allegro che ero sorpreso, la città era desertica, e non ci ricordavamo dove avevamo parcheggiato la nostra astronave con i pneumatici lisci, ti ricordi delle sportellate sul cuore? Di certi cieli bianchi sproporzionati, e i tuoi occhi come certi cieli, neri, come i nostri vestiti, e dalla finestra del tredicesimo piano della casa popolare dove si è trasferita tua madre si vede tutta Ferrara, dal castello al grattacielo, e l’insegna luminosa dell’Ipercoop, delle luci enormi che ci sposavamo alla finestra come fossimo a Las Vegas, e poi, e poi ci troveremo come le star nei peggiori bar a lavorare, o nell’autogrill di Ferrara Nord a dormire, e il treno regionale per Bologna sembrava la Transiberiana e tutti morivano sulla superstrada per il mare, ci cadevano in testa le stelle inchiodate male, chissà quando tornerà l’estate di tre anni fa, cercando con il metaldetector le catenine e i desideri sulle spiagge dei lidi ferrarese, e gli stessi tragitti, i cortei nei corridoi della casa dei tuoi genitori, e le bici rubate le coloreremo ancora di verde militare per nasconderci a scopare al parco Massari, questa città non ci morirà tra le braccia, il parcheggio dietro al petrolchimico, a tirarci dei calci e a tirarci dal naso i calcinacci e le sere, lavare il cielo con la candeggina perché fa buio presto, sputavamo delle stelle, dal terzo piano sull’hinterland ma era proprietà privata, era tutta proprietà privata, penso, pensa se adesso nevicasse, saremmo tutti più tranquilli, in questa città che dicevi che ti sembrava un congelatore, questa città sotto il livello del mare, e i cubetti di porfido che ci sono in piazza li staccheremo uno ad uno per farci delle bancarelle di braccialetti, mi dicevi, ce ne dobbiamo andare tutti e due, e soprattutto io, dicevi, io ho scritto per terra col catrame che ti penso raramente, come back september come quando ci svegliavamo in tre nel letto con le braccia informicolate, in piena pianura padana ma col fuso orario del giappone ero un cameriere vestito bene, e quella casa ora è un cantiere, e non ci resta che scoppiare a ridere, a dirotto, avevamo l’inesperienza necessaria per andarecene, “avevamo l’inesperienza necessaria per andarcene”, dicevi, e ce ne siamo andati tutti e due, e soprattutto tu.

24 agosto 2009
corde amiche






E poi siamo saliti sul tetto, armati di chitarre acustiche, e abbiamo cominciato a imprecare le nostre canzoni, come i Beatles o gli U2. E dopo poco è arrivata la polizia in effetti. Non c’erano folle entusiaste a bloccare il traffico, l’avevano chiamata i vicini, comprensibilmente costernati.

Suonavamo le nostre corde dissonanti, quelle che avevamo dentro.
Ognuno la sua musica più o meno malata, più o meno gioiosa, più o meno no.

Il tuo giro di chitarra apparentemente lineare, una traccia semplice di quattro accordi in circolo che insistono ed insistono in un flusso ogni secondo più denso e assassino.

Sempre la stessa musica e ancora la difficoltà dopo tutto questo tempo a capirne il senso, l’umore vero, il significato ultimo. Non so nemmeno oggi se mi piace o no, quella linea melodica scarna in minore che cresce e si riabbassa subito come le onde.

Il fatto, l’unico che conta, in fondo, è che sei sul tetto a suonare, anche tu.

Questo penso.

Mentre mi agito e sudo, come ogni volta che prendo in braccio lo strumento, che è gioia istintiva e fanciullesca e insieme tensione e senso di impotenza nella difficoltà di piegarlo alle mie intenzioni con queste dita grossolane. E suono, vorrei suonare, trovare il ritmo di un falso bolero.

Suono e canto scapigliato, e libero la mente per qualche minuto soltanto, rubando il tempo alla nebbia quotidiana, e sento e vivo veramente felice nella musica, finché dura.

Nel complesso, l’aggregazione improvvisata delle nostre volontà in melodia produce un risultato molto poco omogeneo, decisamente non orecchiabile.

Ognuno, come forse è giusto, canta la propria canzone e segue la traccia invisibile del movimento destinato alle proprie dita sulla tastiera della chitarra. Ognuno suona per sé.

Pure se condividiamo lo stesso palco ipotetico, e lo stesso pubblico indispettito, che si affretta a chiamare qualcuno che ci faccia tacere, per restituire il silenzio al freddo della propria tana.

Le trame melodiche che disegniamo con dedizione si incontrano, si sono incontrate, solo di rado. Continuiamo a seguire ostinati dai nostri registri le note di due canzoni, due concerti distinti, forse scadenti, altro rumore nel rumore della città.


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19 giugno 2009
il Russo. prologo di un delirio.




Scivolo via da villa Borghese in sella alla mia bicicletta che vibra armonica e disegna traiettorie incuranti, tra pericoli che rimangono potenziali.

Sono le sette del pomeriggio e il sole estivo sorride timido, come lo preferisco, la sua luce migliore; quella che riempie i contorni di colori caldi senza spezzare il fiato.

Sono un po’ stupido e quasi ubriaco.

E ho sciolte le briglie, la musica scende a cascata dalle cuffiette e riversa una melodia infantile e confusa che mi si mescola dentro; un brivido di dolcezza e calore.

Percepisco di nuovo la città nella sua enormità, nella sua incredibile, pulsante vitalità malata.

Ma stavolta smette la sua veste austera e oppressiva. Sembra umana, osservata dall’alto dei pedali e tracciando parabole fantasiose; persino nella bellezza formale dei profili ricchi e sciatti di via Veneto e piazza della Repubblica, e poi diventa decisamente viva, di profumi e di persone, nelle vie tra la stazione e piazza Vittorio: faccendieri magrebini, ristoranti indiani e poi insegne cinesi, e sensi in rivolta.


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5 giugno 2009
pippone preelettorale



Prendo spunto da questo post di Vittorio Zucconi per organizzare il mio pesantissimo pippone preelettorale.


Parte 1:
Secondo me oggi non si tratta più tanto di lucidare il proprio idrante rosso, quanto di fare il bene del Partito Democratico stesso, o di quello che sarebbe dovuto essere.
Votare di nuovo PD turandosi il naso significa contribuire per l'ennesima volta alla perpetuazione di questa classe politica, di quelli che avevano 40 anni quando hanno fatto la svolta e sepolto il PCI. Oggi ne hanno venti di più e sono ancora lì, sconfitta dopo sconfitta dopo sconfitta dopo sconfitta.
La curiosa storia recente della sinistra italiana racconta che qui, invece di cambiare i dirigenti, cambiano i partiti: PCI, PDS, DS, PD. Sapete chi c’era nella segreteria dell’ultimo PCI del 1989 oltre a Occhetto? Livia Turco, Petruccioli, D’alema, Bassolino (!!!).
Invece di consentire il naturale rinnovamento, i dirigenti di sinistra insistono nel riciclarsi con nomi nuovi e contenitori vuoti.
Questi qui non si possono più votare, ma per davvero, e non c'è occasione migliore delle elezioni europee, che ci interessano il giusto, per provare a dargli il calcio in culo definitivo.
E basta con lo squallido discorso del voto utile, che sottolinea una mancanza di argomenti imbarazzante, per una volta voglio votare liberamente!

Parte 2:
Sinistra e Libertà non è un partitino che lustra il suo idrante rosso, non ha l’aspirazione di Rifondazione Comunista di rimanere perpetuamente isolata dalle dinamiche di governo e di chiudersi nel suo angoletto rosso a riesumare le salme del socialismo reale.
E’ una lista piccola, priva di qualsiasi visibilità mediatica, certo con i suoi difetti e le sue forzature, che tuttavia cerca di creare un cantiere per la nascita di un partito vero, finalmente di sinistra, democratico e laico; pronto a cercare punti di contatto per collaborare con il Pd (che credo abbia ormai accantonato la folle idea veltroniana di correre da solo) e magari per tentare di spostare verso sinistra la sua rotta.
Se proprio vogliamo utilizzare l’orribile concetto di voto utile, stavolta penso sia utile votare a sinistra; un contributo per far decollare il progetto di un partito scevro sia del radicalismo gruppettaro di rifondazione, sia della moderazione e delle servili e vane pretese maggioritarie di questo Partito Democratico.
Concludo il pippone con un ultimo consiglio: Claudio Fava, candidato di Sinistra e Libertà, è stato eletto deputato europeo dell’anno nel 2007.

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15 maggio 2009
parole sante

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7 maggio 2009
mes que un club




Rumoreggiava, rombava, risuonava di canti il Camp Nou, il più grande anfiteatro calcistico del Vecchio Continente, cinque anelli sovrapposti, una gigantesca tela vivente blu e granata. I novantamila spettatori formavano un corpo unico, pervaso di tanta servile docilità, di un amore così irrazionale verso i propri idoli, che nemmeno un'intera generazione di dittatori avrebbe potuto lontanamente sognare.
[...]
I giocatori in maglia blaugrana, simili ad avvoltoi, volteggiavano ancora a notevole distanza dalla porta avversaria. Ora uno ora l'altro, senza guardare, si liberavano del pallone passandolo al compagno con tocco repentino, schifeltoso del piede, quasi che avessero timore di sporcarsi o scottarsi; ma un secondo più tardi il compagno restituiva loro il regalo. A ogni tocco tutti i novantamila sulle tribune applaudivano rapiti.
Era lo stile del Barcellona.
Con quella fitta ragnatela di passaggi i catalani stanavano ogni avversario, il quale prima o poi avrebbe cominciato ad attaccarli, lasciando involontariamente dei varchi nella propria difesa. In quei varchi si incuneava fulmineo il pallone; tutti i difensori si precipitavano su di esso, come un branco di montoni spaventati.
Ognuno dei cinquanta e più possibili passaggi precisi in se stesso non racchiudeva alcuna minaccia. Pareva che i catalani non volessero spingersi in avanti rischiando di perdere il possesso della palla; a prima vista, i loro movimenti erano inutili. Spesso facevano mosse all'apparenza del tutto prive di senso, spedendo il pallone in punti dove pareva sarebbe stato facile preda degli avversari; ma quando questi perdevano la pazienza e si lanciavano all'attacco, l'elegante melina dei catalani si concludeva con un morso letale nel punto più vulnerabile della loro difesa.


Sergej SamsonovUn fuoriclasse vero, Isbn edizioni

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1 marzo 2009
una macchina nuova



 

La luce di Roma la notte. Roma Est, un posto tra Prenestina, Casilina, Tuscolana, Porta furba e Torpignattara e Pigneto. Quella luce sui palazzi, sulle strade, sulla tangenziale, sulle poche persone.
Alla seicento rossa volevo bene. C’era un odore malsano di lavoro e di fritto là dentro. C’era una macchia non meglio definita sul coprisedile accanto a quello del guidatore, da un po’ troppo tempo. Una confusione mitologica in quello spazio stretto, mesi e mesi di procrastinazioni ostinate in fazzoletti di carta e bottigliette di plastica, e un oceano di polvere.
C’era sul cambio quel serpentino arrotolato che mi hai regalato perché mi facesse compagnia mentre lavoravo.
Amavo di quella macchina la determinazione e la stanchezza, la generosa fragilità. La fiancata sfregiata a via dell’acqua bullicante, quando ho accostato un po’ troppo vicino a una mercedes argentata parcheggiata al lato del marciapiede. Lotta di classe e di vernici, la molotov senza servosterzo di un fattorino inetto. Amavo più di tutto lo sportello destro che non si apriva più.
La faccia sofferente delle persone mentre si incastravano sul sedile dopo contorsioni improbabili. E ancora di più, toccarti il sedere ogni volta che entravi ed uscivi, i balzi in avanti e le capocciate sul vetro. 
Mancano anche a te, sono convinto, che fingi bene il contrario

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10 febbraio 2009
piazzale numa pompilio





D'accordo, ho aspettato la pioggia per non piangere da solo, ma adesso esagera.
Piove da un tempo infinito, saranno mesi che piove.
Qualcuno glielo dica, che siamo a Roma, cristo, che non può fare così.
Oggi per miracolo è venuto fuori un pezzo di celeste in quel magma bianco assassino sulle nostre teste, e quasi ci restavo secco.
Sono rimasto stupito, a
 osservare raggi timidi restituire un po’ di luce e colore agli alberi asmatici di questa piazza.
Glieli indicavo ad un mio amico qualche anno fa, quei colori, come erano belli; gli mostravo dove guardare tra la spazzatura e i fiori, tra le macchine e l’odore, il sapore acre dei tubi di scappamento.
Ma lui aveva altro a cui pensare, mi mollava lì e prendeva una tra le tante direzioni che lo portavano a casa.
Oggi sono rimasto abbracciato al palo del semaforo in fondo alla passeggiata archeologica, ho percepito per un secondo l’enormità di questo assurdo groviglio di vene pulsanti e automobili isteriche che scappano in ogni direzione: da qui puoi andare ovunque.
Due gemelli accanto al semaforo hanno la pettorina fluorescente con il marchio di qualche giornale free press e girano tra le marmitte sbuffanti infilando fogli di carta umidi nei finestrini semiaperti.
Hanno l’aria malata.
I volti quasi identici, smunti, anemici, spigolosi, umiliati dall’acne e punteggiati da cespugli sparsi di peluria.
Uno ha intrappolato i piedi in un paio di scarpe da basket grottesche, nere, pesantissime.
Per terra hanno appoggiato uno zainetto jolly invicta ciclamino che dubitavo potesse sopravvivere agli anni novanta. Ma è lì.
Saranno un paio d’anni che sgobbano attorno a quel semaforo e non li ho mai visti sorridere, e non riesco a fargliene un torto.
Sorridono e schiamazzano invece i ragazzi nella piazzetta di fronte alla villa che fu di Alberto Sordi. Hanno voluto rendere omaggio alla sua “romanità”, imbrattando le mura della casa per dipingere uno stemma enorme ed una scritta in carattere gotico. Sono sempre, rumorosamente, lì.
All’interno di un’area approssimativa di un centinaio di metri, ignorati da loro e da tutti, ci sono un barbone che caca acquattato nel prato, lavavetri e venditori di fazzoletti che studiano nuove strategie di guerrilla marketing e una suora ingobbita che passa la scopa nel cortile della scuola dove ho imparato a leggere e scrivere.
Sorella Giuseppina, al secolo suor Peppa, la portinaia; è lì, e ancora sbuffa paonazza mentre insegue vanamente frotte di fanciulli esagitati, apostrofandoli in un linguaggio del quale probabilmente è l’unica custode; continua a sudare il suo pezzetto di paradiso.

Osservo la mia immagine dal basso in uno specchio effimero di acqua torbida; mi piaccio di più, nelle pozzanghere.
Da lontano vedo la cupola di San Pietro, mi trascino a pensare senza rigore al significato delle parole, al modo di esprimere i sentimenti, al fatto che si dice ti amo solo alla ragazza e non anche agli amici veri.
Ricordo che quando ero bambino baciai istintivamente la mano di mio cugino. Così, sovrappensiero. Lui la ritrasse, anche un po’ schifato, e certo non posso negare che fosse una reazione condivisibile. Però il senso era quello. Era lì.

Il senso si confonde e fugge, mentre cammino a testa bassa e mi sento come un soldato, o una rock star fallita; faccio surf nell’oceano bianco di ogni giorno, dove non ci sono onde.


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9 dicembre 2008
che cosa racconteremo
http://www.meltinpotonweb.com/index.php?section=articoli&category=41&id=2707/interni/politica/Il-Pd-e-un-anno-da-incubo

Cosa rimane del Partito Democratico italiano a poco più di un anno dalle primarie, o sarebbe meglio scrivere del plebiscito, che ha sancito la leadership del suo segretario Walter Veltroni?
In un anno, che dovrebbe essere tutto sommato poco significativo nell'arco più ampio della vita di un partito politico, il Pd ha perso tutto: ha bruciato il credito che gli hanno concesso militanti, elettori, simpatizzanti e semplici osservatori politici; ha giocato costantemente, e con grande efficacia, al massacro di sé stesso.
L'ambizione del suo leader di liberarsi finalmente dall'angusto fardello della sinistra radicale, sciogliendo il catenaccio arrugginito che impediva di lasciar prosperare il riformismo virtuoso dei democratici, si è concretizzata nell'ostentato slogan del "Pd che va da solo alle elezioni".
Si era forse dimenticato, Veltroni, dell'Italia dei Valori, un compagno di avventura a dire il vero piuttosto bizzarro per un partito che faceva della libertà di iniziativa politica, della moderazione e della responsabilità istituzionale i suoi cavalli di battaglia. Un'alleanza giustificata, ai tempi, con la promessa che i due partiti sarebbero confluiti in un unico gruppo parlamentare subito dopo le elezioni. Promessa repentinamente sconfessata all'indomani della batosta elettorale, dando il via ad un rapporto talmente tormentato da far quasi rimpiangere quello con i cugini della sinistra critica, con la differenza che stavolta i litiganti riescono a farsi i dispetti addirittura dai banchi dell'opposizione.
Cosa dire poi della scelta di ricandidare Rutelli come sindaco di Roma? "Cicciobello" non ha ottenuto nemmeno il consenso di molti di coloro che negli stessi giorni andavano a votare Zingaretti alla Provincia, con un sentito grazie da parte di Alemanno e i saluti romani sotto al Campidoglio.
Si poteva pensare che il Pd avrebbe reagito agli schiaffoni elettorali con un opposizione tenace e con una crescente capacità di mobilitazione; invece è rimasto in un cul de sac, stretto tra la tentazione di un dialogo impossibile con il cavaliere e i suoi scagnozzi, e l'opposizione intransigente e populista dell'Italia dei Valori.
Nel frattempo ha collezionato correnti su correnti, ben due televisioni (You Dem e Red Tv) e nemmeno uno straccio di contenuto, non una linea politica unitaria.
D'Alema torna dall'America e punzecchia Veltroni, gli uomini di Veltroni fanno quadrato attorno al segretario; gli ex Ds chiamano a gran voce l'ingresso nel PSE, gli ex Margherita rispondono a gran voce che non entreranno mai nel PSE; Villari si barrica alla presidenza della commissione di vigilanza Rai, spernacchiando tutti, e viene espulso dal partito, la Binetti schiamazza frasi sugli omosessuali che sembrano uscite dalla penna di Goebbels e non viene espulsa dal partito; Giachetti arriva fino a digiunare per promuovere un po' di democrazia interna e diffonde su Facebook un video in cui mostra il suo disperato tentativo di ottenere la parola in un'assemblea romana; Latorre, che invece non viene privato dell'opportunità di comunicare, si fa pizzicare in televisione a scrivere su un pezzo di carta un suggerimento per Bocchino.
Cosa rimane, allora, del Partito Democratico?
Niente più che qualche spezzone grottesco di un film comico scadente.


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4 novembre 2008
40 years ago

"Too much and too long, whe seem to have surrendered community excellence and community values in the mere accumulation of material things [...] Our gross national product, now, is over eight hundred billion dollars a year, but the GNP - if we should judge America by that - counts air pollution and cigarette advertising, and ambulances to clear our highways of carnage. It counts special locks for our doors and the jails for those who break them. It counts the destruction of our redwoods and the loss of our natural wonder in chaotic sprawl. It counts napalm and the cost of a nuclear warhead [...] and the television programs wich glorify violence in order to sell toys to our children. Yet the gross national product does not allow for the national healt of our children, the quality of their education, or the joy of their play. It does not include the beauty of our poetry or the strenght of our marriages; the intelligence of our public debate or the integrity of our pubblic officials. It measures neither our wit nor our courage, [...] it measure everything, in short, except that wich makes life worthwhile. And it can tell us everything about America except why we are proud that we are Americans."

                                                                                    Robert Kennedy, Topeka (KS) 18-March-1968


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POLITICA
21 ottobre 2008
se un potere dispotico


http://www.meltinpotonweb.com/index.php?section=articoli&category=42&id=2193


L’interminabile decreto n.112/08, presentato nello scorso giugno dal ministro Tremonti e già solertemente convertito in legge dal Parlamento, rappresenta da solo un’autentica manovra finanziaria: 84 articoli e due allegati di tagli indiscriminati al settore pubblico (università, ricerca, scuola, sanità), motivati dalla necessità di reperire le risorse economiche necessarie a finanziarie il tanto pubblicizzato taglio dell’ICI, ed accompagnati da irrigidimenti normativi a tutto campo nel nome della guerra agli impiegati “fannulloni”.

Ma tra i vari settori penalizzati, ce n’è uno che viene addirittura stravolto dalla manovra del nostro ministro dell’economia. L’articolo 44 del decreto stabilisce infatti un taglio di 83 milioni di euro per il 2009 e di 100 milioni per il 2010 dei fondi da destinare al settore dell’editoria.

Sancisce, soprattutto, la fine del “diritto soggettivo” degli editori ad accedere a quei finanziamenti, che d’ora in avanti verranno discussi di anno in anno a seconda delle disponibilità finanziarie del Tesoro, creando di fatto un rapporto di dipendenza nei confronti delle decisioni del governo: non esattamente un buon viatico per la libertà di informazione.

Se una riforma ed una razionalizzazione della distribuzione del denaro pubblico all’editoria erano e sono tuttora giudicate auspicabili e necessarie, i tagli indiscriminati applicati dal decreto produrranno un danno enorme all’indipendenza ed alla pluralità dei soggetti nel settore dell’informazione.

L’accesso ai fondi viene legato alla tiratura ed alle vendite del giornale; in altre parole alla dimensione della testata. In questa maniera vengono privilegiati i grandi gruppi editoriali, quella stampa che già gode di ingenti introiti commerciali ed è legata a forti interessi economici. Continueranno a sfruttare i finanziamenti pubblici, in poche parole, quelli che già egemonizzano il mercato privato. Rischiano seriamente di scomparire, invece, le voci indipendenti, i giornali che non hanno una grande diffusione o una smaccata vocazione commerciale: quelli di partito, quelli editi in cooperativa e le piccole testate con tirature minori.

Tra i giornali che rischiano la chiusura o un drastico ridimensionamento, compaiono nomi storici come quelli del Manifesto, dell’Unità, del Secolo d’Italia ed altri noti giornali politici come Europa, Il Riformista, La Padania, Liberazione, Avvenire, Il Foglio.

Un’autentica pulizia etnica, come l’ha definita Il Manifesto, che si avvia a riprodurre anche nel settore della carta stampata un mercato dell’informazione di stampo oligopolistico, al pari di quello televisivo, nel quale la ricchezza, la pluralità e l’indipendenza delle voci e delle fonti sono subordinate al rendimento economico ed ai legami padronali.

“Se un potere dispotico si insediasse nei paesi democratici” scriveva un famoso liberale, Alexis de Tocqueville, con sguardo evidentemente lungimirante nel lontano 1840, “esso avrebbe certo caratteristiche diverse che nel passato: sarebbe più esteso ma più sopportabile, e degraderebbe gli uomini senza tormentarli”. 

La fine del pluralismo nel settore dell’informazione, in Italia, non è che un’ulteriore manifestazione di quel potere, ed un passo avanti verso quel degrado.


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permalink | inviato da vogliadicamminare il 21/10/2008 alle 11:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 ottobre 2008
odio il colore dei prati di san paolo



L’ho tenuto in pancia per due tre anni buoni, almeno fino alla prima laurea. Superando di coraggio puro i viaggi in motorino nel buio invernale su Viale Marconi paralizzata per seguire le inutili e sovraffollate lezioni del prof. Bini delle sei del pomeriggio. I ritardi ogni mattina e quel baretto del cazzo e i quintali di cemento e laterizi che lo circondavano. E i ritorni in metro con gli Strokes nelle orecchie quando facevo il borsista. Persino la sede nuova, quel gigante grigio dall’aria cupa che di moderno esprime solo il senso di frustrazione di questi tempi, le mura bianche dentro, i corridoi che sono corsie d’ospedale, quei banchi pateticamente colorati tipo lego ad aumentare il contrasto stridente con il pallore circostante. I ragazzi in tuta e le ragazze truccate pesante. I corsi inutili e gli esami facili. Da anestesia totale.
E’ emerso in tutta la sua evidenza, piano, strisciando goffamente per quanto era rumoroso, fino a che non ho potuto più negarlo, ho potuto gridarlo a me stesso: dio quanto odio questo posto.
Questi posti. Il grigio ovunque e le strade intasate. Palazzoni e palazzoni e palazzoni, ma chi cazzo li ha progettati questi quartieri? Chi li ha tirati su? La bella idea della riqualificazione di San Paolo è stata un vettore della mia infelicità. Tra le pieghe di qualche piano regolatore, ordinanza comunale, tra le intenzioni di qualche Morassut o di qualche Veltroni si decidono pezzi di destini di persone, ognuno influenzato in maniera diversa, misteriosa ed inconsapevole.
I commercianti cafoni, le pizze insipide, i bottoni di alluminio nei supplì. Non c’è nulla qui che non ispiri squallore. L’inverno potrebbe non finire mai. Persino le giornate di sole sono svuotate del loro significato.
Il colore del Tevere come lo osservi da Ponte Marconi è immutabile con ogni cielo, perfettamente conforme al contesto.
Ma quello che veramente mi uccide sono i parchi. I prati. Gli alberi sono incredibilmente spogli. Persino l’erba è quasi grigia. E’opaca, stanca, non ci crede più nemmeno lei. Quello davanti all’università, di parchetto, ha una statua della madonna che una volta qualcuno aveva portato via, e c'era una vecchia che non se ne capacitava, camminava intorno al suo altarino, fermando gli studenti e chiedendo che fine avesse fatto, profondamente afflitta.
E’ tornata persino la madonna, maledizione, e le anziane matrone di San Paolo, padrone del quartiere, si siedono di nuovo sulle panchine accanto, con il loro codazzo di orrendi barboncini.

Oggi venivo a casa e fermo al semaforo, sulla Colombo, ho visto dei fiori viola intenso che sono cresciuti sui blocchi di cemento che dividono le corsie. Bellissimi. Ho pensato ad una foto, un primo piano, con sfondo di automobili sfreccianti e palazzone della Tre. Sono rimasto a sorridere un po’ fisso su quella macchia di colore abbandonata, è diventato verde e quello dietro ha cominciato a strombazzare il suo clacson baritonale.


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29 settembre 2008
quando i vecchi moriranno, costruiranno dei robot per sostituirli?

 

Mi sono visto da fuori, con gli occhi socchiusi di fronte allo schermo magnetico su qualche facebook del cazzo, accanto a mia madre che lavorava l’uncinetto; il sottofondo di un programma pomeridiano rai, con bonazza sguaiata che sottopone pensionata ansiosa ad un quiz a premi, ed una sosia di Mina che abbraccia un bambino coi baffi che è un prodigio del violino.
C’è chi si droga nei parchi e chi si droga in salotto e ho pochi dubbi su chi sia maggiormente da compatire.
Ho avuto la febbre ed ho ascoltato diverse delle mie menti che si rispondevano concitate nel delirio influenzale del dormiveglia, in un crescendo tachicardico. Ma non sono riuscito a capire nulla, ho solo pregato che smettessero.

Se ne vanno tutti, alcuni tornano e molti no. Bisognerà pure a cominciare a fare i conti con questo fatto: se ne vanno tutti. A qualcuno interessa?
Non è un ritornello nato dalla preziosa collaborazione Fabri Fibra- Gianna Nannini, non è un barboso mantra radical chic che “ha vinto Berlusconi ce ne andiamo all’estero”; è un fatto: se ne vanno tutti.
Filosofo trentenne con lode e borse di studio sparse tra Chicago ed Oxford, senza prospettive di lavorare nel paese dove è nato e dove tutto sommato vorrebbe rimanere.
Giovane economista, tuttofare in un centro di ricerca, fresco titolare di dottorato italiano, che ha già le valigie pronte per un posto qualsiasi tra Londra e Copenhagen.
Specializzanda laureata in medicina con lode in sei anni, a lei va pure bene, la pagano addirittura, per passare le giornate in uno scantinato, tra i mal di pancia, picche e ripicche, guerre intestine più o meno sanguinolente dei suoi “superiori”. Preparerebbe volentieri la fuga, per farmi scrivere post ancora più tristi.
E tanti ancora, tra chi non ha mai avuto un contratto dal deputato di centrosinistra a cui porta borse pesantissime, e nemmeno dal giornale di sinistra su cui scrive da un bel po’, magari contro il precariato; e giovani laureati che trovano rifugio nella perfida Albione, o fanno colloqui a Francoforte, o puntano il dito a caso sulla cartina, indicando un posto lontano da qui.

Quando i vecchi moriranno, ed un giorno moriranno, costruiranno dei robot italiani, magari già vecchi, per sostituirli? O probabilmente saranno sostituiti dai loro cooptati, da quelli che sono invecchiati in anticipo, per essere pronti.


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14 settembre 2008
con i pugni alzati, per arrendersi, per accendersi le sigarette con i fulmini
 

Il cielo bianco nel primo pomeriggio mi ammazza. Non ha senso. E’ torbido e denso come un bicchiere di strutto. Difficile da mandare giù. E la somma di tutti questi cieli bianchi e di pagine non scritte, rinunce su rinunce, è… chissà cosa mi sono perso.

Fitzhardinge street sta dietro Selfridge. Ci siamo seduti lì con Filippo ad osservare la gente che camminava. E davamo i voti alle ragazze. Media scarsa, scarsissima. Sul quattro e mezzo.
Primrose gardens sta poco sopra Camden Town, metro Belsize Park. Londra manda segnali contrastanti e quando torno a casa ci capisco meno di prima. Partendo dal presupposto che è una vita che non mi potrei mai permettere, (non ho senso pratico, pare), che è solo una parte del problema, perché la verità e che non la vorrei vivere mai. Quel percorso quotidiano metà sotto terra e metà sopra. Un sacco di gente, un sacco di soldi, palazzi bianchi alti e puliti, donne grigiette da quattro e mezzo di media. Giornata in ufficio e ritorno al contrario. C’è da chiedersi chi cazzo sei la domenica mattina, immagino. Qui mi ci vuole una bella botta di senso pratico.
Meglio Camden, uno dice. Con i negozi dark tutti uguali, barboni e drogati globalizzati, studentelli eccentrici che si fanno i cazzi loro, come tutti gli altri, da tutte le parti. E’ una grande burla questo straparlare di Londra, e quanto è fica e che atmosfera e che movimento. Il movimento non esiste più, è un concetto superato. E’ un errore di matrix, sporadico peraltro. E’ dentro e non è fuori. Se l’è mangiato Giuliano Ferrara, il movimento. E’ nel costume a stelle e strisce della beneamata Palin.

In principio era lo stadio. A Roma i pischelli piccoli e grandi si sono impossessati di Campo de’ Fiori e Piazza Trilussa e chissà quante parti ancora cadranno nel loro feudo. Casco in una mano, bottiglia nell’altra, tirano strisce di cocaina e alzano i cori della Roma. Le borgate le abbiamo assorbite. Nelle persone. Non ci vuole un urbanista illuminato. Occhio a incrociare uno sguardo e non azzardati a rispettare la precedenza. Gira in macchina col mitra e puoi pensare di arrivare a casa.
Ma non mettere benzina. E’ colpa del mercato dei cambi.

Il cielo bianco del pomeriggio mi ammazza. Non ha senso. E’ torbido e denso come un bicchiere di strutto.


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1 luglio 2008
estate




 

Ho il sangue dolce.
Le zanzare mi massacrano.
Mi sembra, li posso sentire, i piccoli insetti in avanscoperta sulla mia pelle, cercano il punto giusto dove affondare le loro minuscole mascelle.
Fa un caldo tremendo e io non penso a nulla. La mia mente è vuota.
Completamente vuota.
Come un corpo che scivola giù da un precipizio, una palla che rotola.
I ventilatori girano, tutti volere pinguino delonghi, i grattacheccari chinati grattano e grattano, le cicale fanno un bordello insensato.
C’è un esercito di macchine piene di gente sudata e nervosa che si muove verso il mare. Quasi riesco a vederla, l’istantanea dell'asfalto intasato e della sua statica concitazione, della sua nevrotica fila colorata di lamiere.
I bambini litigano e i genitori si attaccano alla radio, sperando che tutto finisca presto.
Per arrivare alle loro casette a schiera, sgomitare fino all’ombrellone prenotato con abbonamento stagionale, aprire il giornale e continuare a non capire un cazzo.
Fa un caldo tremendo.
Ho il sangue dolce, maledizione.
Sarà colpa della Coca Cola, dei pacchi da dodici lattine che tornavano dal Panorama.
Non mi hanno fatto mancare mai niente, credo. La Coca Cola non di certo.


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24 giugno 2008
bacetto
 

Ingresso

saluto

sorriso

bacetto

strette di mano

più o meno elaborate.

Messe in scena

di rapporti

teatri

ambulanti

occasionali.

Denti bianchi

battuta pronta

ironia

autoironia.

Amici

in saldo.

Prezzi

stracciati.

Chilometri

di superficie.



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7 giugno 2008
cm


Ho negli occhi la fotografia del cielo, dalla tangenziale, in bicicletta.
Un cielo enorme, disarmante, surreale.
Ho nella testa le immagini di una massa colorata in mezzo al grigio, uniforme ed eterogenea, silenziosa e caciarona, che si arrampica su quel serpente mostruoso di cemento, dopo aver danzato tra i pilastri che ne sorreggono il ventre, lungo via Prenestina. La gente affacciata dalle finestre, testimone incredula di questa breve rivoluzione, incruenta, poetica.
Ho osservato quei palazzi all’altezza della sopraelevata; la stazione, dall’alto, con un’emozione nuova; mi sono innamorato ancora, e di più, di questi spazi irreali.
Incredibilmente, è Roma anche qui, soprattutto qui.
Incredibilmente tacciono i motori e suonano i tamburi e le trombe.
Incredibilmente, sono tremila biciclette sulla tangenziale.



 


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2 giugno 2008
l'effetto balassa samuelson
Si muove tra i banchi con il passo felpato e innaturale di un’acerba femme fatale. Schiva gli sguardi che lei stessa ha voluto attirare, ancheggiando in maniera evidente ed eccessiva. Lui la segue con la sua andatura buffa, a testa china; la pelle olivastra contrasta con la maglietta chiara, troppo stretta per il suo fisico allampanato e indefinito. Ha scarabocchiato fumetti per mezzora, disegnando improbabili eroi comici e romantici per lei, riuscendo nell’impresa di strappare un sorriso dalla sua espressione altera di troppo giovane sfinge. E ha ottenuto in premio il privilegio della sua compagnia per un caffè, che le offrirà timidamente, tremando quasi, e tentando di dissimulare l’emozione in maniera poco efficace.
Ora li osservo rientrare. Cerco il suo sguardo mentre le scodinzola accanto. Mi piace come ha deciso di giocarsi le sue carte e mi stupisce la sua sincera osannazione per quell’essere apparentemente banale. Il suo 4-3-3 zemaniano, quei terzini che non rientrano mai e, dannazione!, mai impereranno a fare la diagonale. Mi chiedo se lo faccia per sé, in fondo; un fantasioso esercizio di seduzione, un’esibizione di pura tecnica, un’ impresa titanica, miracolosa: un trionfo fuori casa contro una squadra di Capello.
Oppure è davvero innamorato, ha scelto di essere il commovente menestrello della regina di un paese piovoso.
Ma le quote degli infallibili bookmakers d’oltremanica parlano chiaro: la partita è ingiocabile, le forze in campo impari, l’arbitro venduto, l’evidenza una.
Non gliela darà mai.



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17 maggio 2008
arancione riformista? verde leghista!


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29 aprile 2008
¿Tienes miedo?



Ho visto
un film bellissimo e inquietante. E’ passata qualche ora e non sono affatto vicino a recuperare uno stato emotivo compatibile con un’esistenza “normale”.
Città del Messico: un quartiere residenziale di villette a schiera e prati curati ed un muro che lo separa dal mostro di fatiscenza, miseria e malavita che devono essere le favelas.
Una piccola comunità che si è costruita un microcosmo di benessere chiudendo a chiave il suo territorio dal resto della città. Vive secondo le proprie leggi e con una propria polizia. E’ terrorizzata da qualsiasi possibile elemento che intervenga dall’esterno.
Il racconto si sviluppa attorno alla psicosi autentica che assale gli abitanti di questo quartiere in seguito ad un omicidio all’interno del territorio protetto dalla muraglia.
E’ il ritratto di una e di tante società: chiuse, si organizzano per la conservazione del benessere e per la sicurezza; povertà e violenza sono lontane quanto lo spessore di un muro, una diga di mattoni; quando si apre una falla il giocattolo si sfascia. “Fuori”, “gli altri”, il resto della città, del mondo; sono soltanto paura: da esorcizzare, allontanare. Mantenendo l’autonomia e la ricchezza. Rifiutando le istituzioni, cercando di corromperle o di ottenerne benefici.

Oggi un candidato post fascista è diventato sindaco di Roma.

Nel frattempo è stata aperta (e secretata) un’indagine: si sospetta che lo stupro della stazione di La Storta sia stato in qualche maniera “pilotato”.
Non c’è bisogno peraltro di alcuna indagine per affermare che sia stato strumentalizzato in modo vomitevole, quanto prevedibile.
La paura; la legalità è diventato l’argomento principale del dibattito politico attorno al quale si orientano le scelte degli abitanti di questa città, e del resto del paese.
E qui come altrove, l’affannosa rincorsa dei democratici di sinistra verso la demolizione di sé stessi e di qualsiasi elemento che li legasse al proprio passato ha prodotto una nuova cultura legalitaria che non ha nulla da invidiare a quella del pensiero politico di destra. Anzi, qualcosa sì: l’autenticità.
Così è scomparsa dal parlamento italiano l’idea che si possa andare ad intervenire sulle dinamiche sociali che sono alla base della violenza e della criminalità. Si è deciso di seguire le paure e di speculare sugli istinti di conservazione delle persone. Si è rinunciato a cercare risposte e strade alternative. Si è scelta la soluzione del muro: fuori di qui, problema risolto.

Come se non bastasse:

Francesco Rutelli non ha ottenuto il consenso nemmeno di quelli che hanno votato per il centrosinistra alla provincia. E’ riuscito soltanto con la sua faccia da culo a perdere una città in cui si vinceva da vent’anni.
Dovrebbe scomparire nel nulla, fuggire con il primo aereo per un paese lontano, chiedere scusa.
Invece, incredibilmente, afferma che “il motivo della sconfitta è dipeso dalla ventata di destra, riassunto nel tema della sicurezza” e invita a "riflettere sui limiti della sinistra per quanto riguarda queste vicende".

Ognuno è fabbro della sua sconfitta
Ognuno merita il suo destino
Chiudi gli occhi e vai in Africa
Celestino




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29 aprile 2008
un grazie sentito


a chi non ha votato, o ha votato solo Zingaretti,
a quelli che "no, Rutelli popo nun se po' fà" e "non si può votare sempre il meno peggio".


e anche a chi ti chiede sempre di votare il meno peggio.




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24 aprile 2008
breve diario di due bicchieri di vino bianco

 

Stoccolma, scoperte ed entusiasmo; sono un po’ brillo per i due calici abbondanti che una barista meravigliosa ha riempito di vino bianco, e mi metto a pensare alla gente che defluisce lentamente dallo stadio Olimpico, parecchi chilometri più giù. Alle volte che sono uscito da quel gigante dallo scheletro bianco con quella amarezza terrificante nella mente e nella pancia. Non è questo il momento di spiegare quanto sia irrazionale e quanto sia vera. E’ il momento invece di sentirmi vicino a quella gente che cammina a testa bassa per i viali di marmo del Foro Italico. Che ha appena perso uno scudetto e un capitano. E sono a Stoccolma, scoperte ed entusiasmo. In un pub del Sodermalm, scolati due calici abbondanti di vino bianco serviti da una barista meravigliosa. Come a contare passi spenti in quel pezzo brutto di architettura fascista.




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23 aprile 2008
Bergsprängargränd



C’è una piccola Garbatella dal nome impronunciabile anche qui a Stoccolma, non te l’aspetteresti.
Si arrampica su una collinetta nel Sodermalm, il quartiere che si espande a sud del mare, o del lago Malaren; ancora non ho le idee chiare su quale sia la natura dell’acqua che spezza in due parti questa città.
Vita Bergen, Montagne Bianche, si chiama questa piccola altura, che a dire il vero di questo periodo è verdeggiante, dominata da una bella chiesa.
Le case sono dei rettangoli di legno rosso con un tetto di tegole scure. Semplici e squadrate come nei disegni dei bambini. Ci vivevano gli operai ed i lavoratori dei porti; le hanno costruite per loro nel settecento, mentre loro costruivano Stoccolma.
Il concetto credo sia simile a quello della Garba nostrana: servizi essenziali, quando ti dice bene, ed un piccolo giardino comune per rendere più vivibile l’invivibile. Un microcosmo separato e lontano dal cuore pulsante della città. Qui, rispetto a noi, è tutto in scala: questo “quartiere” è minuscolo, circoscritto ad una piccola porzione di un parco che è grande meno di Villa Celimontana. Le case non sono molto più che ombrelli tesi tra la terra e il cielo.
Nei primi anni del ‘900 sono diventate le abitazioni degli spaccapietre che scavavano quelle che adesso sono le strade di Sodermalm. Lo leggo nel parco, in una didascalia che parla della storia di questo posto, che associa le loro vite alle parole: povertà inestinguibile. C’è scritto anche che alcune delle case di Bergsprangargrand, separate dal resto del parco soltanto da una staccionata rossa di legno, sono rimaste esattamente identiche a quando sono state costruite: prive dei servizi elettrici. E dell’acqua: i loro abitanti se ne riforniscono ad un pozzo qui vicino. Vorrei andare a vedere dove è, ma il sole sta calando e comincia a fare freddo. E mentre scendo lungo il sentiero acciottolato di queste Montagne Bianche, una delle staccionate rosse si apre e dentro vedo parcheggiata una BMW gigantesca.
Paradossale.

Forse non per questo paese che pare aver sconfitto la povertà, o almeno la nasconde davvero bene. Dove le persone sembrano ancora avere il senso degli altri: il taxi non ha la pubblicità di Alemanno ma ci ha portato gratis all’ostello alle due di notte; tutti girano in bicicletta senza avere la sensazione che gli stia per succedere qualcosa di terribile e le macchine si fermano di fronte alle strisce. Le ragazze sorridono sempre e, sono veramente bionde!

Valutazioni evidentemente superficiali di una fuga dall’Italia che dura solo pochi giorni.
Ma anche la sensazione nitida di un modello che funziona, che si può studiare e tentare di comprendere, sperando che non venga soffiato via dall’inerzia delle dinamiche globali.




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13 aprile 2008
eccolo qui, il partito che ho votato...
la matita ha tremato. è venuta fuori una croce dubbiosa e sofferente su quel brutto simbolo tricolore.
e comunque, che dio ce la mandi buona.

http://www.meltinpotonweb.com/?q=articoli/il-partito-democratico-secondo-you-tube.php



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28 marzo 2008
IV
 

Rispondo al suo bofonchio con un sorriso ed entro dentro sfidando il leggendario puzzone di fritto che è un marchio di fabbrica del nostro locale. Io praticamente sono privo dell’olfatto, non so bene quale allergia infame condanni il mio naso a sgocciolare dodici mesi su dodici ogni anno, senza soluzione di continuità, sigillato tanto ermeticamente che non passa un soffio d’ossigeno. Se qualcuno mi dovesse mai fare una statua o un ritratto, avrei sicuramente un fazzoletto in mano.

Ma quel puzzone lo sentivo. Cazzo se lo sentivo. Mi tramortiva. Ora mi sono abituato, ma non sono cose che si dimenticano così.

Dentro al flusso del puzzone si muovono già alcuni individui. Ci sta Ilaria, la capa, che ordina una bel mucchietto di banconote lisce e stirate, prima di distribuirle metodicamente nei vari riparti della cassaforte. Ecco ora vado di là, prendo una padella, gliela sbatto in testa, arraffo il malloppo, dribblo l’orso bruno che, glielo leggi in faccia, è più lento di un bradipo, e scappo in qualche mondo lontano ad aprire un chioschetto su una lunga spiaggia bianca. Dove sono, dove hanno messo le maledette padelle?

Non ci sono padelle in questa pizzeria, il piano è rimandato. Però c’è Rino, e questo è bene. Rino è il mio preferito. Cranio pelato e sorriso furbo da gran figlio di buona donna, sta appoggiato ad un tavolino della cucina, o friggitoria, o sala da cui proviene il fumo puzzolente; e mi saluta con una sigaretta all’angolo della bocca. Storia interessante, quella di Rino, ma non è il momento. Ora gli devo chiedere come Cristo è possibile che a qualsiasi ora uno arriva ti trova già qui? Ce l’hai una casa o sei un maledetto barbone?. Con Rino non c’è nulla da fare, anche se ti presenti mezz’ora prima della sette lo trovi già lì con la sua faccia di bronzo, la prima consegna la fa sempre lui. Sono contento anche io di vederti. Mi sorride e mi dà la mano.




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27 marzo 2008
a volte basta poco
ho la sensazione che la mia decisione di voto sarà pesantemente influenzata dall'aver preso visione di questo ormai popolarissimo filmato.

http://www.youtube.com/watch?v=FL7J_wxAy9o

qualsiasi altro commento è superfluo.

_____________________________________________________________________________

Il link collegava all'ineffabile e già celeberrima "I'm PD": i Village People rivisitati da un gruppetto di zelanti compagni democratici milanesi, simpatici ed ironici quanto un 29 a Storia degli Stati Uniti. Purtroppo il video è stato rimosso (ne ho inserito un altro, vediamo se resiste). Purtroppo, perchè è la più efficace rappresentazione dell'impietosa diversità tra il "SI PUO' FARE" del nostro Walter (io mi fido di te!) e lo "YES, WE CAN" del negrone d'oltreoceano. Non è solo merito di Scarlett Johansson. E forse sarà pure quella di Obama una retorica vuota e sconclusionata quanto le promesse del Veltroni ai pensionati. Ma, cavolo, che differenza. 



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17 marzo 2008
...
Le violenze impunite
del lager Bolzaneto
 
di GIUSEPPE D'AVANZO

C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

repubblica.it (17 marzo 2008)




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19 febbraio 2008
peter pan e la bocciatura in arrivo
 

Oggi sono tornato dal paninaro, da solo, quando mi sono preso una pausa dalle pagine di demografia e dalla passerella della Rispoli. Nelle orecchie il monito di Casciano ed in mente i ricordi del liceo.
Noi si andava dal paninaro. Si snobbavano le file chilometriche di pariolini imberbi che assediavano la pizzeria di Remo, storica istituzione viscontina, idolo incomprensibile; i prezzi e la freddezza del commerciante di successo. Certo la pizza è buona, ma voi mette cor paninaro?

Il paninaro in realtà erano tre. Due vegliardi o presunti tali con la zucca quasi pelata ed un giovane capellone dalla pelle olivastra. Lui era il vero mito. Ci intratteneva con gentilezza e ci regalava perle di saggezza calcistica. Lo abbiamo chiamato Assunçao perché era innamorato di quel centrocampista brasiliano lento e legnoso. L’unica persona che conosco che rimaneva estasiata dalle sue geometrie, più che dalle micidiali punizioni. Ma questa è un'altra storia. I due veci non è che fossero simpaticissimi, ma Assunçao bastava ed avanzava. Uno dei due era un po’ un idolo anche lui, ma solo per il timbro stridulo e la cadenza da romano antico con cui annunciava i prezzi dei panini, che abbiamo tentato di imitare per tutto il liceo. Milleeeeeeee!.

Ed in effetti a voler esser grettamente materialisti, una buona parte della magia era lì: con mille lire te la cavavi alla grande, panino abbondante e chissenefrega se ogni volta provava a rifilarci il gambuccio avanzato invece che il prosciutto buono. Tanto noi lo tanavamo sempre. E dopo il paninaccio consumato in una mezzora di cazzeggio sul gradino all’ entrata del portone accanto all’alimentari, il pranzo era fatto e i pomeriggi sembravano lunghissimi

Oggi mi sono detto che era giornata da paninaro. Lo so che hanno ristrutturato il locale, che ha perso il fascino del forno scaciato per trasformarsi in qualcosa che sembra avere aspirazioni di grandezza che senza alcun dubbio andranno frustrate. Almeno, io credevo che fosse chiaramente così. Quando arrivo invece c’è la fila e bisogna prendere il numero. E, incredibilmente, manco fossimo da Remo, è pieno di pariolini imberbi, oltre che di vecchiacce del centro che fanno la spesa di pane e pizza. A giudicare dalle richieste la specialità della casa sembrerebbe essere diventata la pizza ripiena, non più le classiche rosette o i gagliardi ossi. Assunçao non c’è più nemmeno lui, e già sapevo pure questo. I due veci si muovono con disinvoltura e fasulli ammiccamenti. Non sembrano invecchiati affatto e mi paiono ancora un po’ più laidi. Probabilmente è suggestione. L’unica cosa che è rimasta uguale è la vaschetta del gambuccio scadente, sempre piena fino all'orlo: ancora nessuno si fa fregare.

Arriva il mio turno e mi lascio convincere a provare la famosa pizza ripiena; un quadratino, non voglio esagerare che la mia faccia è sempre più tonda. Mi ci faccio mettere il crudo, e sottolineo crudo, quel cesso nella vaschetta lo smercino a qualche quartino fessacchiotto, e rimango ad aspettare. Quasi sono contento di essere tornato qui, nonostante tutto. Quasi mi aspetto che il nostro amico tiri fuori a sorpresa lo slogan che l’ha reso indimenticabile e mi regali la sorpresa di tornare alla lira, solo per me, solo per noi, solo per il gusto di poterlo schiamazzare di nuovo, gioendo, milleeeeee!

Il verdetto invece viene sputato fuori monocorde ed inappellabile: tre e euro e cinquanta, con la coca-cola quattro euro e cinquanta.

Mortacci tua. Mortacci vostra. Mortacci de Casciano.

Mo’ chiamo Mister Prezzi, così faccio contento lo spirito di Prodi che ci guarda da lassù; mi sono segnato pure il numero verde. Ma la questione, è evidente, non è questa.

Mi abbandono ai rimpianti mentre mi allontano scazzato, smozzicando senza convinzione una pizza che non può che sapere di carta, ormai. Mi chiedo cosa cazzo gli racconto all’esame domani e come sia possibile alla mia età che contro ogni logica, invece di studiare, sarei disposto ad organizzare una battaglia a mariokart 64 o a chiamare Casciano per farmi battere a basket. Mi chiedo quanti punti sarei davvero disponibile a sacrificare del voto di domani per trasformarli in altrettante reti gonfiate nella porta del Real Madrid. Mi chiedo a quanto lo mette, il calzone, Remo. Mi domando se per caso non siano riusciti di straforo ad infilarci il gambuccio, i bastardi.

E, Assunçao, cazzarola, ritorna!




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